Breve storia

A cura di Gioia Vespasiani

Carlo V

È opportuno innanzitutto collocare in un quadro storico-temporale la creazione dello Stato dei Presìdi: siamo alla metà del Cinquecento e l’egemonia di Carlo V sembra inattaccabile grazie alla sua superiorità politica e militare. Questo stato di cose era minato dal continuo confronto con il Re di Francia, situazione questa che non riuscì a risolvere Carlo V bensì suo figlio ed erede Filippo II. Quest’ultimo, ottenuto con l’abdicazione del padre il Regno di Spagna con Milano, Regno di Napoli, Sicilia, Sardegna e Paesi Bassi, regolò i suoi rapporti con Enrico II di Francia firmando il trattato di Cateaux-Cambresis nel 1559. In seguito a questa pace gli spagnoli conseguirono sia il riconoscimento dei loro domini in Italia che quello dello Stato dei Presìdi istituito nel 1557 tra il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio. Pertanto “col Milanese, i Presidj ed il Regno di Napoli” gli spagnoli vennero a “formare catena per cingere Italia e tenerla al loro potere devota” per più di un secolo. Lo Stato dei Presìdi, come entità a sé stante, resistette fino al 1801, attraversando però quattro fasi ben distinte.

Francesco I

La prima fase comprese proprio gli anni della dominazione spagnola: per ben due secoli infatti, vale a dire dal 1557 al 1707, il governo dei Presìdi di Toscana dipese dalle direttive politiche e amministrative dei viceré di Napoli. Il secondo periodo, dal 1707 al 1737, vide lo Stato dei Presìdi sotto la dominazione dei veceré austriaci di Napoli. Questi furono gli anni della “guerra di successione spagnola” (1700-1714), dopo la quale, con la firma del trattato di Rastatt del ’14, la Spagna di Filippo II cedeva all’Austria i Paesi Bassi, il Regno di Napoli, la Sardegna e lo Stato dei Presìdi. Nel terzo periodo, dal 1737 al 1800, lo Stato dei Presìdi fu alle dipendenze dei re borbonici del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia, mentre nella quarta fase, dal 1800 al 1801, si assistette alla fine dei Presìdi di Toscana, provocata dalla incorporazione nel Regno d’Etruria di Ferdinando IV a seguito della vittoria di Marengo (febbraio 1801) ad opera di Napoleone. Infatti sarà con la pace sottoscritta a Firenze, il mese successivo, tra Francia e Ferdinando IV di Napoli che il Re stesso rinuncerò all’Argentario. Tra le quattro fasi il periodo storico che può suscitare maggiore interesse riguarda gli anni della dipendenza dei Presidi dai viceré smagnoli di Napoli. Ciò perché si tratta sia del periodo che ha lasciato testimonianze urbanistico-architettoniche tali da suscitare un particolare interesse, sia perché sono numerose e particolareggiate le fonti che ci sono pervenute sull’organizzazione dello Stato stesso. Tutte le fonti a noi pervenute sono state raccolte e catalogate nell’Archivio storico di Orbetello. L’ultima catalogazione risale al 2000 ad opera della Dott.ssa Barbara Salotti della Biblioteca Impruneta di Firenze e dal Dott. Riccardo Belcari. È ancora in atto invece l’opera di restauro di alcuni volumi come quelli rigurdanti le fonti amministrative, date le pessime condizioni in cui si trovavano. Tutti i documenti sono stati suddivisi in fondi amministrativi, civili e penali e sono composti per lo più dall’insieme dei provvedimenti che Re e Viceré adottarono nei confronti dei Presìdi toscani ed in particolare della città di Orbetello che, per dimensione e importanza, veniva considerata la capitale dei Presìdi. Dal momento che si userà spesso la denominazione Stato dei Presìdi, è opportuno sottolineare che è improprio l’uso della parola “Stato” come inteso oggi; infatti l’ordinamento dei Presìdi costituiva “una realtà sostanzialmente coloniale dove si svolgeva una vita di guarnigione”. La dominazione spagnola prima e quella austriaca e napoletana dopo non favorirono l’emersione di un “carattere unificante che potesse trasformare questa costruzione artificiale in una vera e propria formazione statale”. Lo Stato dei Presìdi, che confinava a nord con lo Stato fiorentino e a sud con quello papale, proprio in virtù della sua posizione geografica rappresentava per gli Spagnoli un nodo importante all’interno del sistema delle comunicazioni tra l’Italia meridionale, i possedimenti milanesi e la Spagna stessa. Ma lo Stato venne istituito anche e soprattutto allo scopo di rendere quel territorio una zona adatta a dislocarvi truppe e costruirvi fortezze per garantire un maggior controllo sulle vie del mare. Infatti, a causa della sua posizione trategica e per aver ospitato ingenti guarnigioni, il territorio era sempre stato al centro delle mire espansionistiche di potenze ostili alla Spagna e tutte le opere di fortificazione e di difesa furono costruite al fine di porre al riparo da eventuali attacchi, in primo luogo da parte dei turchi. Già la Repubblica di Siena, ai tempi della sua dominazione, si era impegnata nel conferire a questa zona una speciale struttura difensiva ordinando la costruzione di fortificazioni. Sarà però solo per opera degli spagnoli che si assisterà alla realizzazione di grandiose fortezze tutt’ora esistenti sulle corte dell’Argentario, Talamone e Porto Longone.

Nascita dello Stato dei Presìdi

Precedenti storici: la guerra di Siena.

La nascita dello Stato dei Presìdi, come afferma lo Spini, “rappresenta un caso anomalo rispetto ai processi di formazione degli Stati italiani fino al ‘500. Esso nasce dallo scorporo di un certo numero di porticcioli dal contesto ormai secolare in cui erano vissuti fino ad allora, cioè quello della repubblica cittadina di Siena”, nel momento in cui il territorio senese entrava a far parte di un più vasto stato regionale fiorentino.

Da parte di storici antichi e recenti si è generalmente fatto riferimento agli avvenimenti maremmani come ad una sorta di appendice degli eventi svoltisi nello scacchiere senese. Si è infatti soliti collegare direttamente la creazione dello Stato dei Presìdi in Maremma alla fine della Repubblica di Siena, repubblica che cessò di esistere a causa della lotta tra Francia e Spagna per l’egemonia sulla Penisola. Quando infatti la presenza spagnola a Siena divenne insostenibile, la Repubblica decise di staccarsi dalla Spagna per trovare subito un appoggio nella Francia, le cui mire espansionistiche in Italia non erano certo venute meno con l’avvento al trono di Enrico II. Il nuovo atteggiamento della Repubblica fu provocato anche da alcuni errori di carlo V: “Siena era feudo dell’Impero e in quanto tale non aveva nulla a che fare con la Spagna. Carlo V appunto commise l’errore di non aver saputo superare le due realtà, soprattutto per aver immesso persone spagnole nelle alte gerarchie dell’esercito imperiale. Prese, infatti, a inviare a Siena un serie di suoi fiduciari in veste di esperti che però provocarono solo danni nei rapporti tra Siena e l’Imperatore. Uno di questi fiduciari, l’ultimo della serie, fu nel 1547 Diego Hurdato di Mendoza, inviato a Siena con il compito ufficiale di rappresentare Carlo V presso il Papa, ma con lo scopo reale di sorvegliare i senesi. “Ma il Mendoza dimostrò una rigidezza di direttive e una mancanza di duttilità che gli procurarono l’avversione di coloro con cui entrò in rapporto. Gli nocque, specialmente in Siena il fatto di essere spagnolo e di circondarsi di spagnoli”. La sua attività politica, infatti, trasformò la città, sempre divisa da lotte intestine, in un’unica volontà: cacciare gli Spagnoli alla prima occasione e la goccia che fece traboccare il vaso fu l’ordine di costruire una fortezza che i senesi osteggiarono considerandola un’iniziativa dispendiosa, offensiva e non necessaria, anche in considerazione del fatto che essi erano devoti all’Impero. Il malumore esplose ovunque, ma il Mendoza rispose con la repressione e, dove necessario, con l’impiccagione. Fu in queste condizioni che nel luglio 1552 a Siena scoppiò una congiura antispagnola, manovrata dalla Francia e vi erano tutte le premesse per un esito fortunato, dato che la Repubblica si trovava vicina ai possedimenti degli amici di Francia, il Papa era neutrale e tendenzialmente vicino a Enrico II e si poteva sperare anche nella neutralità del Duca di Firenze. Quest’ultimo però cercava di destreggiarsi tra i due fronti, senza scontentare né la Francia né la Spagna, per la fondata speranza di ricavare dalla situazione consistenti vantaggi. Dopo mesi di travaglia, nel giro di pochi giorni, ad eccezione di Orbetello dove rimanevano gli Spagnoli, l’intero dominio veniva sgombrato dagli Imperiali. Porto Ercole seguì le sorti di Siena, mentre agli Spagnoli non rimase altro che rendere Orbetello un imprendibile baluardo per tutto il tempo della guerra. I Senesi così ottennero la loro libertà anche se per conquistarla avevano avuto bisogno dell’intervento francese. La Repubblica ringraziò Enrico II che rispose sottolineando il suo disinteresse per la liberazione e la speranza però di un aiuto nella difesa contro un possibile contrattacco spagnolo. I sospetti francesi su un contrattacco erano fondati: Carlo V non voleva rinunciare a Siena e cercò ancora di tenere il piede in due staffe, ma consigliò comunque a Carlo V che per potersi sbarazzare dei francesi, garantisse ai senesi il più possibile. Avrebbe potuto, per esempio, simulare un abbandono volontario di Orbetello cosicché i francesi avrebbero interrotto i loro lavori di fortificazione e Carlo V avrebbe potuto contrattaccare. Anche Siena era in attesa di una spedizione punitiva ritenuta ormai inevitabile. Non accadde però quello che Cosimo sperava, cioè che le discordie interne indebolissero la volontà di resistenza della Repubblica o la distogliessero dal riporre fiducia nei francesi. Al contrario proprio Enrico II ricevette nelle sue mani il compito di direzione politica e finanziaria della Repubblica.

La controffensiva spagnola

Cosimo I

La controffensiva spagnola per estromettere i francesi e riportare Siena all’obbedienza imperiale partì da Napoli e fu affidata a Don Pietro di Toledo, viceré di Napoli e suocero di Cosimo I, sul cui aiuto il viceré spagnolo faceva affidamento, conoscendone le ambizioni territoriali e le possibilità economiche. Le operazioni ebbero inizio nel febbraio del 1553 e gli Imperiali subirono dapprima una serie di sconfitte. I francesi, infatti, si impegnarono molto in questa guerra dato che la liberazione di Siena era costata molto ed Enrico II non avrebbe mai abbandonato la città a meno che gli Spagnoli non avessero evacuato Orbetello. Alla fine gli Imperiali dovettero ritirarsi, riuscendo però a mantenere ancora salda l’occupazione di Orbetello.

I francesi adesso avevano bisogno di una tregua per consolidarsi nelle posizioni conquistate. Fu a questo punto che Cosimo I riuscì ad ottenere da Carlo V l’autorizzazione a condurre a fondo la guerra contro Siena. L’imperatore accettò la richiesta anche perché Cosimo si era dichiarato disposto a sostenere tutte le spese di guerra, evidentemente con l’obiettivo di ottenere compensi territoriali ai danni della Repubblica senese. Nel frattempo la Francia, per preparare Siena alla guerra contro la Spagna, inviò a Siena Pietro Strozzi, fuoriuscito fiorentino, nemico acerrimo di Cosimo. La notte del 26 gennaio 1554, Cosimo sferrò all’improvviso l’aggressione su Siena “con un piano di guerra che non mancava di genialità, ma che aveva un difetto grave che ne compromise l’esito. Esso mirava a scardinare i due fondamenti su cui poggiavano le possibilità per Siena di resistere: la posizione strategica della città e un territorio vasto aperto al mare”. La guerra diede luogo a stragi e devastazioni spaventose che trasformarono in un deserto senza colture né case né bestiame un vasto territorio che non si risollevò per secoli. I francesi, mentre stavano per ottenere la resa di Orbetello, si dovettero ritirare perché arrivarono ben presto rinforzi e viveri.

La strada per le trattative

Finalmente l’8 luglio giunse a P. Ercole la flotta franco-algerina che sbarcò un gran numero di truppe scelte francesi e tedesche. Solo allora si cominciò a parlare di trattative, anche perché Siena era ormai priva di ogni rifornimento. Il Duca, però, prima di entrare in trattativa con i senesi pose una condizione inderogabile: essi dovevano garantire che, in caso di accordo, avrebbero costretto i francesi a sgombrare i territori del Dominio. Enrico II, da parte sua, fece sapere di non voler scendere a trattative con il Duca di Firenze; “preferiva la resa isolata della città per forza d’armi, ad un negoziato che lo avrebbe obbligato ad evacuare tutto lo Stato”. La situazione francese in Toscana non era però delle migliori: le condizioni di Siena si aggravavano di giorno in giorno, gli assedianti perseveravano nel blocco nonostante gli ultimi insuccessi, i soccorsi da parte francese tardavano ad arrivare e cominciavano a mancare i viveri per i soldati e gli abitanti. Al Re non rimase altro che abbandonare Siena al suo destino ma con l’intenzione di conservare almeno P. Ercole, Grosseto e Montalcino, utili punti di appoggio per una controffensiva da tentare appena possibile. Cosimo I invece pretendeva la consegna di tutte le città presidiate dai francesi, altrimenti la guerra sarebbe continuata fino alla eliminazione totale dei francesi dalla Toscana. All’inizio delle trattative il Duca sostenne che un accordo non poteva raggiungersi in altro modo che restituendo l’onore alla Maestà dell’Imperatore, espellendo i francesi e ottenendo assicurazioni di accrescimenti territoriali per sé. La Repubblica avrebbe, così, conservato la libertà, in cambio del riconoscimento dell’alta sovranità imperiale. Le firme al documento di resa furono apposte il 17 aprile 1555, nel palazzo ducale, tra gli otto plenipotenziari senesi, “presente et consentiente” anche Don Francesco di Toledo, “Caesareae Maiestatis Consiliario”, e Cosimo dei Medici che, “avendo ricevuto da Carlo V l’incarico di dirigere le operazioni belliche per conto dell’Impero, sottoscrisse il documento dichiarando di avere un potere sufficiente a concordare i patti medesimi e prospettandone la ratifica entro il termine di due mesi”. Cosimo I, in attesa che Carlo V ratificasse i patti, provvide al governo della città, chiamando ad amministrarla Angelo Niccolini “homo di roba lunga”, vale a dire un giurista accorto e buon conoscitore della situazione senese. Ricominciarono anche le operazioni militari di Cosimo I, poiché l’obiettivo era la difesa delle coste dalla minaccia turca e soprattutto la sottomissione delle terre minori della Maremma. Così il 25 maggio 1555, dopo aver occupato terre della Valdorcia, si giunse a Porto Ercole che si trovava ancora nelle mani dei francesi. L’assedio durò 24 giorni e mentre P. Ercole cadeva, fu occupata anche l’Isola del Giglio. Si legge in una relazione del Marchese di Marignano a Sua Maestà, inviata a P. Ercole il 18 giugno 1555:

Sire. Dopo baciato umilmente le mani della M.tà V.ra, avvisai la M.tà come io andava all’impresa di Port’Hercole, quale ho trovato ben munito con pietro Strozzi dentro, che aveva fatto otto forti di fuera, avendo pigliato la summità delli monti di manera che non se gli poteva accampare nemmeno sbarcare l’artiglieria. Per questo mi risolsi una notte di tentare il forte chiamato santo Hippolito, che era il più eminente et così per via indiretta et fastidiosa gli endai et [...] presi detto forte con mandar a malo duecendo soldati che gli erano dentro, così questo luoco mi dette la comodità di accamparmi, l’altra notte feci il medemo a un altro forte [...] Sbarcata l’artiglieria, battei il forte de lo Stronco et dattoli l’assalto li nemici lo difessero gagliardamente, et ebbi danno de feriti assai, ma pochi morti, et il danno de nemici fu maggiore assai [...] Mi parve che li nemici fossero avviliti, di manera che io spinsi l’exercito avanti alla volta di Port’hercole, qual subito si prese. Questa matina ho poi avuta la roccha di Port’Ercole [...] Così con l’aiuto de Dio in un giorno si è finita una guerra che doveva durare molti mesi [...]

Porto Ercole, come stabilito, fu rifornito a spese di Cosimo I di tutto ciò che era andato distrutto, perché la fortezza e il porto, per ordine dell’Imperatore, come pure Orbetello che sempre era rimasto in mani spagnole, dovettero essere subito consegnati a Don Francesco di Toledo, il quale in pari tempo venne nominato governatore di Siena, dove si sarebbe insediato una volta avviata a normalità la situazione di P. Ercole.

Smembramento della Repubblica senese e istituzione formale dello Stato dei Presìdi

Filippo II

L’abdicazione di Carlo V comportò per suo fratello Ferdinando la successione nella dignità imperiale e per il figlio Filippo, privato del titolo imperiale, la concessione di tutti i domini spagnoli, dei Paesi Bassi e dei domini italiani. Quest’ultimo, per ciò che riguardava l’Italia, si rese conto che conveniva mantenere l’amicizia con Cosimo I, come Carlo V gli aveva raccomandato prima di morire; “l’inimicizia con il Duca avrebbe significato un fallimento della sua politica in Italia, inoltre avrebbe procurato un grave disastro e compromesso i possedimenti spagnoli in Italia, di fronte alla continua minaccia francese su Napoli”. La Francia, infatti, nonostante la sconfitta subita, non abbandonerà mai i suoi obiettivi sul Regno di Napoli, partendo proprio dai Presìdi toscani. Così Filippo II e Cosimo I cominciarono a tessere quell’intensa attività diplomatica che si concluse con lo smembramento dello stato senese e la formazione dello Stato dei Presìdi. I primi accordi tra Francia e Cosimo furono sanciti dai preliminari di Bruxelles.

Il Re, essendo a Cales il 17 marzo (1557) istruì don Giovanni di Figueroa, castellano di Milano, incaricandolo di portarsi a Firenze per trattare e risolvere col Duca le condizioni della concessione di Siena.

Propose il Figueroa a Cosimo:

1° che il Re gli avrebbe concesso Siena in feudo nobile, riservandosi Orbetello, Talamone, Porto Ercole e Monte Argentario.

Seguì tutta una serie di punti, ma le proposte erano così poco lusinghiere che Cosimo I “le respinse in blocco ribattendo punto per punto su ciò che in esse appariva esorbitante, ambiguo e perfino indecoroso; Cosimo I, stando al Galluzzi, replicò:

[...] che il Re riservandosi quelle piazze offendeva il suo onore mostrando di non fidarsi di lui [...]

Mentre si svolgevano questi preliminari tra Filippo II e Cosimo I, il 29 maggio 1557 del medesimo anno venne concluso il Trattato di Londra, sottoscritto dal Re di Spagna e dal Principe di Piombino, Jacopo VI Appiani d’Aragona. Nel trattato si affermava non solo il progetto della costruzione del nuovo Stato dei Presìdi, ma anche l’intenzione di Filippo II di costruire una o più fortezze nell’Isola d’Elba. Dopo i Preliminari del marzo 1557 e il Trattato di Londra del 29 maggio, si pervenne al Trattato di Firenze del 3 luglio 1557. Il trattato, stipulato da Don Giovanni di Figueroa, munito per l’occasione di poteri plenipotenziari, sanzionò ufficialmente, con la fine della Repubblica di Siena, la nascita dello Stato dei Presìdi.

Si attribuì a Siena e il suo territorio “in feudum nobile, ligium, et honorificum” a Cosimo dei Medici, il quale, oltre a prestare il solenne giuramento di fedeltà, consiglio e aiuto, accollandosi precisi impegni di carattere militare, rinunciò ad ogni credito acquisito “ratione senensis belli”. Nel trattato di legge:

[...] suis veris directis et supremis domino tenentur et sunt obnoxii et contengas dictum Illustrissimum Ducem seu eius ut supra Descendente Masculos subcessores in dicto feudo decedere sine Filis Masculis legitimis et de legitimo matrimonio natis ac Descendentibus Masculis similiter legitimis, et de legitimo Matrimonio natis, tunt et in eo casu dicta Civitas Senarum cum omni suo integro Dominio, et Statu, eiusque universo Agro prout supra concessum, et cum omnibus et singulis superius descriptis, et concessis ad dictam Regiam, et Catholicam Majestates, eiusque in dicto Regno Hispaniarum Subcessores redeat, et omnino devolvatur, et devolutassit et esse conseatur.
In hac tamen feudi concessione sua praefata Cattolica Majestas, et dictus Illustris Don Ioannio de Figueroa Mandatarius praefatus non intendit Compraehendi nec ullo modo compraehendantur: Nec compraehemo videantur, sed omnino exclusa, et expresse excluduntur, Oppuda, Castra, Portus, loca ac terrae dicti agri Senensis, videlicet Portus Herculis, Orbitellu, Thelamoniu, mons Orizentalius, Portus Sancti Stefani [...]

Questa zona costiera non assegnata a Cosimo I, lo Stato dei Presìdi, fu soggetta al governo del viceré di Napoli. Questa decisione del monarca derivava dalla necessità, avvertita un pò da tutti, di dislocare permanentemente dei contingenti militari in posizioni strategiche di primaria importanza lungo le linee di navigazione tirreniche e, in questo caso, a presidio del promontorio dell’Argentario.

Gli organi dell’amministrazione centrale
I viceré spagnoli del Regno di Napoli e dei Presìdi

Le caratteristiche dei vicerè

Al vertice dell’amministrazione del Regno e dello Stato dei Presìdi si trovava il viceré. Era questa una carica temporanea di durata triennale; di norma i mandato di ciascun viceré veniva rinnovato almeno una volta, ma ci furono delle eccezioni come don Pedro de Toledo che fu riconfermato per sette volte. Al termine del mandato, il viceré rimaneva al servizio del Re e di solito veniva richiamato in Spagna per ricoprire incarichi per lo più inerenti al titolo di duca, conte, marchese o per far parte del Consiglio di Stato o del Consiglio d’Italia. Per la natura dell’ufficio, la nomina di viceré spettava al Re in persona, il quel comunicava la scelta del candidato al suo predecessore e agli organi principali del governo di Napoli. I viceré erano di norma personalità di spicco della grande nobiltà castigliana, ad eccezione di tre viceré di estrazione fiammingo-borgognona (Carlo di lanoy, Filiberto di Chalons e il cardinale Granvelle) e un unico viceré italiano (il cardinale Pompeo Colonna). I viceré di olito non avevano una preparazione specifica per assolvere questo incarico, ma grazie all’esperienza accumulata negli incarichi precedenti, sapevano destreggiarsi anche nell’amministrazione del Regno. La carica comportava il dover assolvere sia le funzioni di “luogotenente” e, quindi, di rappresentante politico della Corona sia di “capitano generale”, ovvero di comandante militare. I poteri dei viceré erano, in realtà, alquanto limitati: in primo luogo i viceré, chiamati a reggere l’importante dominio del Mediterraneo, rano i rappresentanti di sovrani lontani e, quindi, esercitavano solo in parte il potere regio. Infatti la nomina dei funzionari, la vendita degli uffici e la concessione di benefici ecclesiastici e l’assenso alle alienazioni ed ai trasferimenti di beni feudali spettavano esclusivamente al sovrano, che prendeva le sue decisioni d’intesa con il Consiglio d’Italia, residente a Madrid. Inoltre i viceré dipendevano dal Consiglio d’Italia per la durata del proprio mandato e, infine, a Napoli i poteri dovevano essere esercitati in seno al Consiglio Collaterale e spesso dovevano essere difesi dagli attacchi degli altri organi rappresentativi, che avevano il diritto di inviare ambascerie a Madrid per poter protestare contro la politica dei viceré. All’interno di questa struttura svolgeva un ruolo importante il segretario; all’inizio fu una carica non riconosciuta ufficialmente, né disciplinata da norme specifiche; solo nel 1612, con il viceré conte di Lemos, nacque la moderna struttura delle “segreterie del viceré” secondo questo schema: un segretario particolare ed uno ufficiale ordinario addetti alla persona del viceré, un segretario con un ufficiale per la corrispondenza interna ed estera, un segretario per gli affari di giustizia ed un segretario capo per i più importanti affari di governo. Erano tutti questi membri di sua fiducia e comunque spagnoli. Riguardo ai viceré spagnoli – circa una quarantina in due secoli – conosciamo poco sulla loro attività nello Stato dei Presìdi poiché le notizie pervenute riguardano soprattutto il loro impegno nel Regno di Napoli; tuttavia tra questi vi furono alcuni che, in qualche modo, si impegnarono nel migliorare la vita dei Presìdi. Uno di questi vicerè fu Don Pedro Afàn de Ribera, undicesimo viceré del Regno che, ottenuta la nomina il 16 febbraio 1558, fu riconfermato più volte fino al 1571; ricevette la carica di viceré, Luogotenente e Capitano generale del Regno, cariche che divennero esecutive nel 1559. Nato da nobile famiglia sivigliana, si trovò di fronte ad una terribile carestia che egli affrontò con rimedi inefficaci e controproducenti. trovandosi a svolgere il suo incarico in una situazione difficile allorquando Don Pedro de Toledo, che era stato viceré di Napoli fino al 1553, lasciò con la propria morte un vuoto di potere che dette vita a violente lotte tali da impensierire la corte spagnola. De Ribera fu importante per lo stato dei Presìdi perché riconobbe gli statuti e i diritti di Orbetello, Porto Ercole e Talamone, concessi loro al tempo della Repubblica di Siena. Nel 1560 infatti dopo aver inviato nei Presìdi di Toscana il commissario Prospero Rinaldo per esaminare la situazione interna, il viceré emanò un decreto nel cui preambolo si legge: “si ordina che si viva in detti tre Presìdi et in ciascuno di essi secondo i loro statuti antichi e soliti”.

Lo Stato dei Presìdi

Al De Ribera stava a cuore anche il problema delle fortificazioni; abbiamo già detto come incombeva la minaccia turca nei Presìdi e così il viceré ritenne prioritaria la questione del rafforzamento dei castelli e della rocca di Porto Ercole e Orbetello; stanziò 1500 ducati anche se i dissesti erano così gravi che il finanziamento iniziale risultò insufficiente. Così, accanto a torri costiere costruite dai senesi come la Torre dell’Argentiera sul Monte Argentario, il Forte di Talamone, la Torre di Capo d’Uomo e della Maddalena, sorsero torri spagnole come la Torre di Lividonia, il Forte Filippo, la cui pianta fu disegnata dall’architetto Giovanni Camerini inviato appositamente da Cosimo ma per volere del governo spagnolo, Forte Stella e la Batteria di Santa Barbara. Erano tutte destinate allo scopo di segnalare l’arrivo di flotte nemiche e dovevano essere costruite in modo che “l’una avesse potuto vedere l’altra, ma mai in maggiore distanza di tre miglia”. Successivamente furono costruite il Forte delle Saline e della Marte (1563-1565). Il Forte fu costruito intorno ad una torre senese sorta nel 1469; la sua realizzazione fu di grande importanza perché la zona era adibita all’estrazione del sale e il Forte all’imbarco e allo smistamento delle granaglie provenienti dall’entroterra. Non è ancora possibile sapere con precisione a quando risalisse la Fortezza di Porto S. Stefano, dal momento che nel piano di fortificazione del viceré non viene menzionato Porto S. Stefano, ritenuto poco idoneo alla costruzione di grandi castelli.

Un’altra personalità di notevole importanza per la vita dello Stato dei Presìdi fu Don Rodrigo Ponce de Leòn. Appena nominato viceré di Napoli, nel febbraio del 1646, partì da Valencia per assumere il governo del Regno ma, sorpreso da una burrasca, dovette rifugiarsi in Toscana, ove poté rendersi conto del degrado in cui versavano i Presìdi: quei luoghi erano provvisti di artiglierie ed “erano tenuti scarsi di munizioni e vettovaglie non che quasi vuoti di soldati e quei pochi che ivi stanziavano, pessimamente ed incertamente pagati, male nutriti e mezzo nudi” e abitati da gente affamata. Giunto a Napoli, il nuovo viceré provvide immediatamente a reclutare una grande quantità di uomini tra spagnoli e napoletani e a inviarli, sotto il comando del Maestro di Campo Carlo Della Gatta, nei Presìdi di Toscana. Secondo gli ordini ricevuti dal viceré, Della Gatta si diresse subito a Piombino e, depositate vettovaglie e denaro, si mosse alla volta di P. Ercole e Orbetello, dove distribuì equamente gli uomini con cui era partito, preoccupandosi anche di dare nuove disposizioni per ulteriori fortificazioni.

I Maggiori Consigli del Viceregno

Lo Stato dei Presìdi, oltre ad essere alle dipendenze dei viceré di napoli, era soggetto anche ad altri importanti organi che affiancavano l’operato del viceré. Si trattava del Consiglio Collaterale, della Regia Camera della Sommaria e della Magna Curia della Vicaria, vale a dire delle principali strutture che dirigevano l’attività politica-economica-finanziaria del Regno.

Consiglio Collaterale

Dal punto di vista amministrativo, i Presìdi erano soggetti ad un organo centrale speciale: il Regio Consiglio Collaterale, cui era affidato il potere effettivo di governo. Il Consiglio era stato istituito da Ferdinando il Cattolico nel 1505 con il compito di affiancare il Re, veniva presieduto dal viceré e inizialmente da due reggenti di cancelleria, che successivamente salirono a cinque, due italiani e tre spagnoli. Tra il cumulo di competenze che il Collaterale possedeva o si arrogava, si possono distinguere le tre attività principali: legislativa, che veniva esercitata con il viceré, amministrativa, che riguardava le nomine a uffici locali, il controllo sulle province, la politica fiscale, i bandi e i regolamenti, e l’attività giudiziaria, esperita per mezzo dell’istituto dell’avvocazione ovvero richiamando presso di sé molte cause in discussione presso altre Corti. Oltre al viceré e ai reggenti, nel Collaterale agivano numerosi funzionari e impiegati minori, tra i quali vanno ricordati il vice-pronotario, il guardasigilli, il capitano dei balestrieri e il governatore delle regie razze. Un segretario del viceré, il cui compito era soprattutto quello di partecipare a tutti i consigli per prendere nota di quanto veniva deliberato. Il Consiglio Collaterale svolgeva, all’interno dei Presìdi di Toscana, le attività sopra descritte ed interveniva nel momento in cui venivano sollevati problemi dai Magistrati delle Comunità di Orbetello. Talamone infatti aveva espresso questo desiderio e Orbetello aveva accettato; il viceré così ratificò il decreto e nel giro di un mese avvenne il passaggio ufficiale di tutte le cariche giuridiche e amministrative.

Regia Camera della Sommaria

Fu istituita da Alfonso I ed era un organo a cui spettava l’amministrazione centrale delle finanze; inoltre aveva funzioni giudiziarie e di controllo su feudi, uffici, sulle imposte dirette e indirete. A capo della Regia Camera si trovava un luogotenente con un proprio cancelliere, il notador che svolgeva funzioni di segreteria; seguivano sei presidenti di sezione e togati e dal 1564 da due idioti ovvero funzionari privi di adeguata cultura giuridica, un avvocato fiscale e un cospicuo numero di contabili.

Il luogotenente vigilava sulle “cosas del patrimonio real procurando la conservacion y augmento dellas”, nonché “estender en las cosas del buen govierno del tribunal”. La medesima competenza spettava ai presidenti che in più attendevano alle cause, negozi e arrendamenti commessi loro dal luogotenente. Il luogotenente, i presidenti e l’avvocato fiscale rappresentavano il livello gerarchico superiore della Regia Camera. Anche la Camera della Sommaria si trovò ripetutamente coinvolta nei problemi interni ai Presìdi. Per esempio, nel 1617 la Comunità di Orbetello, tramite viceré, chiese che venisse abolito il sequestro sulle sue entrate, sequestro che fu causato per le divergenze tra la Comunità e la Regia Corte sulla tassa da pagare per la ristrutturazione delle muraglie. Il viceré incaricò la Regia Camera di provvedere a riguardo e quest’ultima, con una ordinanza dispose che la Comunità con il suo denaro

ne possa disporre come faceva prima avante del detto sequestro, et in quanto alli repari bisogneranno per l’advenire..

Gran Corte della Vicaria

È questo l’altro organo più importante nel Regno di Napoli; la sua origine era antecedente a quella degli altri tribunali. La Gran Corte era divisa in due Vicarie: civile e criminale; la prima giudicava per lo più cause d’appello mentre la seconda, come tribunale di prima istanza, era la più a contatto con l’ambiente popolare. La Gran Corte svolgeva funzioni di grado superiore per il Regno e di ogni grado per la città di Napoli e le province. Però anche se i Presìdi non erano provincia del Regno ma erano solo stati affidati ai viceré di Napoli, la Gran Corte giudicava ugualmente su cause particolari. Sulla sua attività però non sono state trovate notizie, sono invece numerosi i riferimenti soprattutto per gli atti notarili di lasciti.

Vicario generale

È già stato sottolineato come nei Presìdi si cercasse di far convivere l’amministrazione centrale del Regno di Napoli con figure amministrative locali. Pertanto discendendo nella scala gerarchica riguardante le autorità amministrative dei Presìdi, troviamo, al di sotto del viceré, la figura di “Vicario generale dei Presìdi”. È questa una carica poco conosciuta dagli studiosi, anche perché poco presente nei documenti. Si comincia a parlarne a partire dal 1636, anche se può essere lecito supporre che sia nata quasi contemporaneamente alla formazione dei Presìdi stessi, allorquando la ricoprì D. Nicola Ludovisi Principe di Venosa. Costui scrisse immediatamente al Sindaco ed ai Priori di Orbetello per esortarli:

[...] li tempi che corrono sono tanto pieni di sospetto che obbligano ogni buon ministro di S. M.à fare tutti gli sforzi possibili per il buon servizio di quella [...]

La carica di Vicario fu creata appositamente, perché il viceré aveva bisogno di un rappresentante personale che facesse da intermediario tra lui stesso e le autorità locali. È per questo che il Vicario, dovendo essere una persona di fiducia del viceré, veniva scelto dal medesimo. Il Vicario di solito veniva scelto fra le personalità di rilievo ovvero tra coloro che si erano distinti per capacità, per esperienze o per aver ricoperto l’incarico di governatore nelle province del Regno. Il Vicario, oltre a svolgere funzione di delegato del viceré, veniva investito di importanti compiti di carattere per lo più militare, ma anche di natura politica e giuridica; doveva vigilare infatti sugli abusi di potere di ufficiali e ministri regi, sulla difesa dei Presìdi da eventuali aggressioni e sulle condizioni delle fortificazioni. Tuttavia, di norma non risiedeva stabilmente ad Orbetello ma, se ciò accadeva per motivi di prolungate visite e ispezioni, aveva a disposizione un suo Palazzo chiamato appunto Palazzo del Vicario. L’unico che vi risiederà stabilmente sarà il Vicario Carafa.

Don Marino Carafa. Il viceré di Santistevan lo nominò Vicario nel maggio del 1691 quando nutrì il timore di un nuovo attacco francese alla Spagna e di un nuovo assedio di Orbetello. Carafa ricoprì la carica di Vicario solo per i territori di Orbetello e Porto Ercole. Il Vicario fu mandato nei presìdi con una quantità elevata di soldati e denaro per poter affrontare al meglio alcuni lavori da tempo iniziati.

Il Carafa, al contrario di tutti gli altri Vicari, risiedeva a Orbetello anche perché gli impegni presi nella Comunità richiedevano la sua presenza. A lui stava veramente a cuore l’organizzazione istituzionale della Comunità; inoltre egli intendeva modificare e adattare ai nuovi tempi quelle che erano le antiche istituzioni orbetellane, senza però mettere in pericolo tutti i privilegi di cui Orbetello godeva dai tempi della dominazione senese. Si occupò soprattutto della parte istituzionale; si legge infatti che costui, chiamato “a rimediar molti inconvenienti che vi sono nel governo del Publico della Città d’Orbetello che la conducono a totale esterminio, ha stimato necessario appoggiare la restaurazione alle formalità seguenti. In primo luogo accrescere il numero delle Cartelle dei Sindaci, che erano ridotte a quattro, a quella di dodici e stabilire numero uguale di Cittadini per Priori Maggiori, altre dodici per Priori minori et altrettanti per Camerlenghi”. Affinché i suoi progetti si realizzassero, il Vicario elaborò una vera propria e nuova Costituzione (1692) in cui disciplinare in ogni particolare sia ciò che riguardava le procedure di candidatura ed elezione di uomini politici, che di quella dei magistrati civili. La Costituzione fua pprovata e promulgata dal viceré con un decreto inviato all’Auditore Generale dei Presìdi D. Domingo Alvarez Escalera.

He querido avisarlo para que asì lo executeis indispensablemente disponiendo seregistre este despacho en el libro de los estatutos de essa Comunidad conforme se han registrado las nuevas constituciones a fin que los Auditores, que os siguieren tengan tambien la notizia conveniente destas disposiciones y la mantengan en el vigor devido.

La nuova costituzione del Carafa non ebbe lunga vita perché il Consiglio Collaterale le abolì nel 1705, sotto pressione di Sindaci e delle antiche famiglie della Comunità, che volevano ritornare alle Costituzioni antecedenti.